di Giorgia Andrei | Mobilità intelligente, illuminazione pubblica, monitoraggio ambientale e del territorio sono le aree principali di investimento del mercato della Smart City, un settore che, secondo i dati del Politecnico di Milano, nel 2025 ha raggiunto il valore di circa un miliardo di euro.
E nonostante il periodo di incertezza economica, i comuni hanno in programma di continuare a investire nel biennio 2026-2027: il 69% in sicurezza, il 67% in comunità energetiche rinnovabili e il 56% in servizi al cittadino. Se ne è parlato lo scorso maggio in occasione del Convegno “Smart City e Smart Land: dirigere l’orchestra dell’innovazione”, organizzato dall’Osservatorio Smart City del Politecnico di Milano. La mattinata ha visto la partecipazione di rappresentanti di enti pubblici, aziende municipalizzate e imprese, come Enel, Open Fiber, Digital Value, Tim e Dassault Systèmes. Quando si parla di Smart City, del resto, è implicita la necessità di una collaborazione tra amministrazioni, imprese e istituzioni.
I numeri del mercato
In Italia il mercato Smart City nel 2025 ha mantenuto un valore di poco superiore a un miliardo di euro.
Le due aree principali di investimento sono la mobilità intelligente (circa 220 milioni di euro, senza considerare le soluzioni di sharing mobility e mobilità elettrica) e l’illuminazione pubblica (circa 200 milioni di euro). I settori che crescono di più sono:
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- lo Smart Government (85 milioni di euro, +13%);
- il monitoraggio ambientale e del territorio (circa 120 milioni di euro, + 10%);
- i progetti di sicurezza e sorveglianza (102 milioni di euro, +7%).
Le scelte di investimento sono tipicamente legate alle dimensioni degli enti territoriali. La mobilità intelligente e il monitoraggio ambientale rappresentano le principali aree di investimento per le grandi città, mentre nei comuni più piccoli si tende a privilegiare progetti per costruire le comunità energetiche rinnovabili. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha accelerato i progetti di innovazione urbana. Tra il 2023 e il 2025, i fondi sono stati utilizzati dal 76% dei comuni per iniziative di Smart City, una quota che si alza all’84% per gli enti locali con meno di 5mila abitanti. Siamo giunti però alla conclusione del piano: che cosa accade ora?
A fronte di una buona parte delle amministrazioni locali che si sta muovendo per cercare nuovi bandi regionali, nazionali o europei o che utilizzeranno maggiormente le risorse interne dell’ente, circa un comune su cinque non ha una strategia post-Pnrr. “Le città sono chiamate a reinventare l’innovazione urbana, trovando nuovi modelli e risorse”, ha detto Giulio Salvadori, direttore dell’Osservatorio Smart City. “Bisognerà garantire la continuità operativa e assicurare la capacità di avviare nuovi progetti”.
Ostacoli all’innovazione e Smart Land
La fine del Pnrr non è l’unica sfida. Realizzare una Smart City si scontra con problemi radicati: per il 67% dei comuni è la mancanza di personale, per il 52% la scarsità di risorse e per il 51% il deficit di competenze tecniche.
Per superare gli ostacoli, è fondamentale avviare una efficiente collaborazione istituzionale, che aiuti a condividere risorse e competenze. Un ruolo strategico è quello delle Regioni, che possono coordinare territori diversi per generare sinergie e superare la frammentazione locale. Il 48% dei comuni intende anche collaborare con altre realtà municipali vicine.
Entra in gioco, quindi, il concetto di “Smart Land”, termine con il quale si intende un territorio coeso e interconnesso, che condivide standard e infrastrutture per massimizzare l’impatto degli investimenti. La sua adozione effettiva, però, non decolla: solo il 13% dei comuni partecipa attivamente a una Smart Land. Per le realtà di minori dimensioni incidono l’assenza di risorse e le difficoltà di coordinamento, mentre per i grandi centri la principale difficoltà è realizzare progetti intercomunali. A fare da sfondo a una situazione critica, c’è anche la disconnessione tra istituzioni e società civile: solo il 7% dei cittadini italiani sente i propri bisogni al centro dei processi decisionali.
AI e città intelligenti
Nel triennio 2023-2025, il censimento dell’Osservatorio ha mappato 821 progetti di AI nel settore pubblico a livello globale, di cui quasi il 50% in contesti Smart City. “L’AI porta nelle amministrazioni una capacità inedita: non si limita ad elaborare dati e restituire analisi, ma è in grado di tradurli autonomamente in raccomandazioni operative, decisioni e azioni”, ha spiegato Matteo Risi, direttore dell’Osservatorio Smart City. “Per un comune, questo si traduce in un ampliamento concreto delle possibilità operative: ottimizzare l’allocazione delle risorse, personalizzare i servizi ai cittadini, anticipare criticità prima che si manifestino o rendere più efficienti processi amministrativi ad alta intensità manuale”.
Quando si tratta, però, di fronti delicati come trasparenza e partecipazione civica, sia le amministrazioni che i cittadini nutrono ancora forti dubbi. I comuni frenano per preoccupazioni legate a:
- sicurezza (50%);
- etica nell’uso dei dati (46%);
- carenza di governance (42%);
mentre i cittadini temono:
- l’esclusione digitale dai servizi pubblici basati sull’AI (38%);
- l’uso improprio dei dati personali (36%).
Come ha detto ancora Risi: “La vera sfida dell’AI non è tecnologica, ma di sistema. Servono etica, competenze e regole condivise, ma anche attenzione alla sostenibilità fisica: il consumo di energia, acqua e suolo dei data center necessari per alimentarla è una contraddizione che le città Smart non possono più eludere. Una regia consapevole deve saper integrare l’ambizione digitale con la tutela delle risorse del territorio”.
Le definizioni
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