di Maria Cecilia Chiappani | Oltre 40 anni di storia, una scelta precisa di specializzazione nelle connessioni elettriche ad alta protezione IP6x e un modello produttivo interamente italiano, che integra progettazione, prototipazione e manufacturing.
Techno ha saputo trasformare il connettore da componente passivo a nodo abilitante dell’industria del futuro, puntando su miniaturizzazione, sostenibilità e servizi a valore aggiunto. Ne abbiamo parlato con Mauro Nodari, che oltre a essere Chief Innovation Officer di Techno, è mentor di startup e osservatore privilegiato della transizione digitale manifatturiera.
Techno nasce come produttore di componenti per connessioni elettriche e mantiene saldo il principio del Made in Italy. Può raccontarci i momenti chiave della sua evoluzione?

L’evoluzione di Techno rispecchia una trasformazione industriale coerente e progressiva: da specialista nello stampaggio di materie plastiche a partner tecnologico nelle connessioni elettriche a elevata protezione. Filo conduttore, da sempre, il radicamento produttivo nel territorio italiano. Tra i passaggi più significativi del nostro percorso, la scelta strategica di concentrarsi sui gradi IP6x, rinunciando alla produzione generalista, che ha permesso a Techno di diventare un riferimento per applicazioni in ambienti critici e gravosi. Ancora, la filiera corta: progettazione, prototipazione, costruzione degli stampi e produzione nello stesso perimetro industriale di Guanzate (CO). Questo consente time-to-market ridotto e qualità certificata secondo gli standard italiani. L’integrazione della stampa 3D con tecnologia DLP ha inoltre segnato l’evoluzione verso un’offerta di design & manufacturing services. Non meno importante, l’ingresso nell’ecosistema IoT con il lancio di IoTH, piattaforma di connessione modulare che integra elettronica, sensoristica e protocolli di comunicazione, aprendo nuovi scenari applicativi nella smart city, nelle infrastrutture e nell’automazione. Oggi Techno opera in oltre 80 Paesi, consolidando il posizionamento di specialista d’alta gamma sui principali trend dell’industria moderna.
Come è strutturata oggi l’azienda a livello italiano e internazionale? Quali sono i target di riferimento?
Techno si configura come una Pmi strutturata. La produzione e il centro di R&D rimangono integralmente in Italia, a Guanzate, mentre la presenza commerciale si estende globalmente con rete selezionata di distributori ad alto contenuto tecnico. La struttura è dimensionata per gestire progetti internazionali complessi, mantenendo al contempo la flessibilità e la velocità di risposta tipiche di un’organizzazione snella. I target prioritari sono principalmente due. Da un lato gli Oem e System Integrator, con i quali entriamo in contatto già in fase progettuale offrendo sistemi di collegamento completi e pronti per l’integrazione nelle apparecchiature. Dall’altro, progettisti e installatori, che operano sul campo e necessitano di soluzioni affidabili, facili da installare e certificate per ambienti gravosi.
Quale filosofia progettuale anima la gamma delle vostre proposte? Come rispondete alle esigenze di compattezza, performance e sostenibilità dei componenti?
La direzione progettuale privilegia connettori con ingombri ridotti e installazione intuitiva, senza compromettere i livelli di protezione richiesti dagli ambienti critici (IP68, IP69). La spinta verso la compattezza nasce da un’esigenza concreta dei clienti Oem: integrare la connessione in sistemi sempre più densi, dove lo spazio disponibile è un vincolo progettuale al pari della tenuta stagna. Per quanto riguarda la sostenibilità, l’approccio è sistemico: riduzione degli scarti di produzione, ottimizzazione dell’efficienza energetica nei processi e selezione di fornitori che condividano gli stessi obiettivi, valorizzando la logica della filiera corta. L’adozione dell’Additive Manufacturing con tecnologia DLP consente inoltre una riduzione dello spreco di materia prima fino al 60% rispetto ai metodi tradizionali.
Illuminazione, case e città intelligenti, industria, transizione energetica: quali settori trainano la richiesta di connettori e quali potrebbero farlo negli anni a venire?
Oggi la domanda è prevalentemente guidata da settori che combinano esigenze di robustezza, facilità di installazione e affidabilità in campo. Illuminazione stradale, urbana e architettonica, condizionamento e ventilazione sono i comparti con la maggiore intensità di utilizzo attuale.Guardando al medio termine, i vettori di crescita più significativi si collocano su megatrend strutturali: automazione industriale avanzata, mobilità elettrica, energie rinnovabili, digitalizzazione delle infrastrutture e Smart City. In questi ambiti, il connettore non è più percepito come un semplice componente passivo, ma come elemento critico per l’affidabilità e la diagnosticabilità del sistema. È proprio in questa evoluzione che si apre lo spazio applicativo della piattaforma IoTH.
Di cosa si tratta e quali applicazioni state sviluppando con i clienti?
È una piattaforma di connessione professionale progettata nativamente per l’ecosistema IoT. Il principio fondante è la massima interoperabilità: consente di integrare, in un unico impianto, dispositivi con protocolli di comunicazione eterogenei, wireless e cablati, eliminando la necessità di gateway dedicati o architetture proprietarie. Le applicazioni in sviluppo toccano ambiti concreti e ad alta utilità quali: monitoraggio ambientale: scatole di derivazione per il rilevamento dei livelli di CO2 tramite sensori alimentati a energia solare per contesti urbani e agricoli; edge computing industriale: contenitori IP65 con funzionalità di Machine Learning integrate per diagnostica e controllo in ambienti outdoor. In entrambi i casi, la connessione diventa il punto di raccordo tra mondo fisico e digitale, con implicazioni dirette su qualità dei dati e affidabilità del sistema.
Techno investe oltre il 10% del fatturato in R&D. Su quali prodotti vi state concentrando?
L’attività di ricerca e sviluppo si articola su due direttrici principali. La prima riguarda l’espansione delle famiglie di connettori stagni, con un focus specifico sulle soluzioni ultracompatte. Obiettivo, anticipare le esigenze di miniaturizzazione dei sistemi elettronici e offrire componenti capaci di mantenere le prestazioni di tenuta anche in formati ridotti. La seconda punta al potenziamento dei servizi di prototipazione rapida per gli Oem, attraverso l’integrazione sinergica tra stampa 3D, gestione avanzata degli stampi e competenze progettuali interne. Questo per azzerare le frizioni tra fase di concept e avvio della produzione di serie, offrendo ai clienti un percorso di sviluppo più agile e prevedibile.
In quali contesti viene proposto, invece, l’additive manufacturing con stampa 3D? Quali vantaggi competitivi offre?
L’Additive Manufacturing viene proposto nella prototipazione rapida per lo sviluppo di nuovi prodotti e nella produzione di piccoli lotti o pezzi singoli pronti per la commercializzazione. Si spazia dall’automotive alla robotica, fino all’edilizia e all’industria in generale. I vantaggi rispetto ai metodi tradizionali sono misurabili. Primo, la riduzione dei costi fino al 70% rispetto alla produzione convenzionale, unita a tempi di consegna molto inferiori rispetto ad altre tecnologie di stampa 3D. In termini di sostenibilità, si riduce lo spreco di materia prima fino al 60%. Mentre, nella qualità dimensionale e meccanica, le finiture e le prestazioni sono paragonabili alla produzione di serie, con la flessibilità di lavorare in piccoli volumi senza costi di attrezzaggio.
In qualità di Chief Innovation Officer di Techno, ma anche formatore e mentor di start-up, vanta un rapporto diretto con l’innovazione. Qual è il valore aggiunto delle diverse prospettive professionali?
Il ruolo di CIO nel settore manifatturiero e nell’ecosistema delle Pmi rappresenta la vera sfida generazionale. Vivendo e avendo vissuto molte realtà diverse, storiche come Techno o moderne start-up, posso confermare che per essere “innovatore” e “responsabile del team innovazione” non esiste una unica ricetta. Siamo nel mezzo della tempesta perfetta: nella digitalizzazione, con l’avvento dell’AI il dato è il nuovo petrolio, cresce l’esigenza di rendere processi e prodotti sostenibili, gli stress geopolitici generano impatti improvvisi sulle catene di fornitura. Sono tutti elementi da monitorare costantemente. Penso che il valore aggiunto del moderno Cio sia quello di anticipare e sperimentare scenari e percorsi volutamente nuovi. Sfruttando anche piccole collaborazioni con startup e figure professionali native digitali, come gli studenti degli Its, per aiutare aziende e filiere ad allenarsi nel minor tempo possibile al cambiamento. La mia proposta, anche in Techno, non si limita alla componente operativa, ma punta sulla qualità delle collaborazioni. Innovare implica creare un ecosistema di persone e professionalità nuovo e stimolante, con un livello di sfida e rischio diverso dal passato. O meglio, aggiornato al presente futuro: cultura del fallimento e “learning by doing” sono la chiave delle aziende del futuro.
La carenza di profili qualificati è sentita da molte aziende tecnologiche. Qual è la vostra esperienza? Avete attivato collaborazioni o progetti per attrarre talenti?
La sfida della talent acquisition è reale e trasversale. La risposta di Techno non si limita alla componente retributiva, ma punta sulla qualità dell’ambiente di lavoro. Un contesto stimolante, caratterizzato da ricambio generazionale attivo e cultura dello scambio continuo tra professionisti con background differenti. Per far fronte alla complessità crescente dei progetti e all’integrazione di competenze multidisciplinari, abbiamo appunto costruito una rete di collaborazioni con università e partner specializzati. Questo ecosistema di conoscenza condivisa non è solo uno strumento per attrarre talenti, ma un moltiplicatore di innovazione che permette di affrontare sfide progettuali che difficilmente un’organizzazione di dimensioni medie potrebbe gestire in autonomia.
In ultimo, una riflessione più ampia sull’elettronica italiana. Come vede il mercato nei prossimi cinque anni? Quali criticità è importante affrontare a livello sistemico?
L’elettronica italiana ha basi solide, ma sconta un ritardo strutturale nella capacità di fare sistema. Nei prossimi anni il mercato premierà chi saprà coniugare profondità tecnica e visione ecosistemica. Non basterà più eccellere nella produzione di un singolo componente se non si è in grado di dialogare con l’intera catena del valore. Una criticità, spesso sottovalutata, è quella della standardizzazione: la proliferazione di protocolli proprietari e architetture chiuse rallenta l’adozione delle tecnologie avanzate e frammenta il mercato. A livello sistemico, sarebbe strategico spingere verso standard aperti e interoperabili, che favoriscano la nascita di ecosistemi industriali più coesi e competitivi su scala europea. Un secondo nodo riguarda la formazione tecnica specialistica. La carenza di figure con competenze ibride, capaci di muoversi tra hardware, firmware e analisi dei dati, rischia di diventare un freno alla crescita. Investire nella formazione di queste figure, in sinergia tra industria e università, è una priorità che non può essere delegata solo al mercato. Infine, c’è una questione di narrativa industriale: l’elettronica italiana produce eccellenze riconosciute a livello globale, ma fatica a raccontarsi. Costruire una reputazione di sistema è una condizione necessaria per attrarre investimenti, partnership internazionali e talenti.


















