La guerra di Putin minaccia la ripresa

Mentre le sanzioni riducono le esportazioni verso la Russia e si prospettano costi energetici più alti per un lungo periodo di tempo, con ogni probabilità l’Italia potrà dirsi fortunata se riuscirà a tenersi sopra il 3 percento di crescita

la guerra di Putin

di Alan Friedman

La ripresa continua, ma l’aggressione di Putin all’Ucraina e gli effetti delle sanzioni economiche contro la Russia creano un potenziale cambio di paradigma per la macroeconomia dell’eurozona, e non certo in una direzione positiva. I rischi puntano tutti al ribasso. Già prima dell’invasione dell’Ucraina del 24 febbraio il clima generale era meno roseo. La Banca d’Italia e gli economisti del settore privato stavano già abbassando le loro previsioni di crescita del Pil per il 2022, da più del 4 percento al 3,8. I calcoli prima della guerra prevedevano che l’impatto degli alti costi dell’energia per famiglie e imprese avrebbe ridotto la crescita di un mezzo punto percentuale all’incirca. Adesso, mentre le sanzioni riducono le esportazioni verso la Russia e si prospettano costi energetici più alti per un lungo periodo di tempo, con ogni probabilità l’Italia potrà dirsi fortunata se riuscirà a tenersi sopra il 3 percento di crescita. Questo dato più modesto significa consumi più bassi, minore capacità di creare occupazione, prezzi più alti e un impatto delle bollette sui conti semplicemente insostenibile per molte aziende.

Le nuove misure in fase di preparazione da parte dalla Commissione Europea sembrano favorevoli per l’Italia e per altri Paesi che dipendono dalla Russia per gran parte delle loro importazioni di gas. Ma non potranno prevenire le ripercussioni che la guerra avrà sulle catene di approvvigionamento, sul commercio, sui mercati finanziari e sulle capacità del Belpaese di attenersi ai piani per ridurre nel tempo il rapporto debito/Pil. Il prezzo della guerra in Ucraina per Italia e Germania è ovviamente ancora più salato a causa della loro dipendenza dal gas russo. E tutto questo in un momento in cui la Federal Reserve alza i tassi di interesse americani e si fanno sempre più forti le pressioni sulla Bce affinché segua il suo esempio. 

Si parla molto delle conseguenze sull’export verso la Russia del Made in Italy, ma all’analisi dei fatti non si rivelerà quel gigantesco problema di cui tutti hanno tanto timore. Certo, è chiaro che determinati settori soffriranno e i comparti che dipendono dalle esportazioni verso Mosca si ritroveranno in crisi. Ma l’export verso la Russia ammonta a un po’ più di sette miliardi di euro l’anno, ovvero appena l’1,6% dei 500 miliardi di euro complessivi. Le banche italiane che, come Unicredit, hanno una forte presenza in Russia rischiano di perdere miliardi per via della guerra, come del resto le controparti francesi e tedesche. Nel frattempo, si può prevedere che sia la Commissione europea sia i singoli governi prenderanno iniziative ulteriori per attutire il contraccolpo che potranno subire famiglie e imprese, in termini di interventi sui costi energetici e di parziali compensazioni per coloro che si ritroveranno in sofferenza in conseguenza delle sanzioni. In ogni caso, questo è un work in progress.

Insomma, la congiuntura macro-economica ha visto alterarsi le proprie prospettive a causa dell’invasione dell’Ucraina, e proprio in un momento in cui nubi scure cariche di rischi esogeni si stavano già addensando nei cieli italiani. Le sanzioni di per sé non includono tagli all’importazione di energia dalla Russia, e anzi sembra che sia proprio questa la più grande falla nell’esclusione selettiva di istituzioni russe dallo Swift. Finché il gas russo continua ad arrivare, il rischio economico per l’Italia potrebbe limitarsi a una riduzione della crescita per il 2022 dell’ordine dell’uno per certo, il che sarebbe certo una cosa seria, ma non grave. Se invece ci dovessero essere difficoltà o interruzioni nelle forniture del gas russo, la situazione assumerebbe i contorni dell’emergenza.


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