di Laura Reggiani | I dati ufficiali sul mercato del lavoro statunitense sono ancora congelati nei cassetti di Washington ma, mentre le statistiche tardano ad arrivare, il settore tecnologico continua a lanciare segnali inequivocabili: il vento è cambiato, e soffia contro.
Dalla Bay Area alle capitali asiatiche dell’elettronica, il 2025 si sta rivelando l’anno più duro per l’occupazione tech da oltre un decennio. Secondo le proiezioni citate dagli analisti della Federal Reserve di Chicago, la disoccupazione statunitense avrebbe già toccato il livello più alto degli ultimi quattro anni, con un tasso previsto per ottobre al 4,34%.
Nel frattempo, le richieste di sussidio sono tornate ai livelli del 2020, con oltre 224 mila nuove domande nell’ultima settimana di settembre. Un contesto che sintetizza le tensioni macroeconomiche: guerre commerciali, tariffe sulle importazioni, costi aziendali in aumento e un rallentamento della domanda che colpisce l’intero ecosistema tecnologico.
Per capire dove e come si sta muovendo l’onda lunga dei tagli, RationalFX ha analizzato i dati provenienti dalle principali fonti verificabili – dagli avvisi Warn alle banche dati di TrueUp e Layoffs.fyi – tracciando i licenziamenti annunciati dall’inizio del 2025. Il quadro emerso è netto: 181.457 lavoratori tech licenziati nel mondo, di cui quasi due terzi negli Stati Uniti. Una cifra che restituisce la portata del fenomeno, ma anche la sua geografia.
I colossi e i tagli all’occupazione
Al vertice della classifica, e non per motivi che vorrebbe rivendicare, c’è Intel, con 33.900 licenziamenti. Il gigante dei semiconduttori ha avviato una ristrutturazione che prevede il taglio del 25-30% dell’intera forza lavoro entro fine anno, un ridimensionamento che colpisce in particolare la divisione Foundry e alcuni progetti di espansione.
Segue Microsoft, che nel 2025 ha già eliminato 19.215 posizioni. L’azienda sta riallineando le proprie priorità interne per accelerare gli investimenti in Intelligenza Artificiale generativa e servizi cloud, snellendo al contempo i team internazionali, di ingegneria e management.
Al terzo posto compare Tcs (Tata Consultancy Services), con 12.000 tagli, in gran parte concentrati su ruoli intermedi e senior. Il colosso indiano dell’outsourcing sta fronteggiando una frenata della domanda, mentre si riorganizza per integrare nuove soluzioni basate sull’automazione.
Anche l’Europa contribuisce a ridefinire il perimetro del settore: Accenture, con oltre 11.000 licenziamenti, guida il gruppo nel Vecchio Continente. L’azienda ha dichiarato che la maggior parte delle posizioni eliminate riguarda dipendenti non più considerati “riqualificabili” per ruoli legati all’AI, parte di un più ampio piano di ristrutturazione da 865 milioni di dollari.
A seguire, la giapponese Panasonic con 10.000 licenziamenti, impegnata in una profonda revisione delle attività non core; Ibm, che taglia 9.000 dipendenti puntando su cloud e servizi cognitivi; e la californiana Salesforce, che riduce di 5.000 unità la forza lavoro mentre automatizza oltre metà delle interazioni con i clienti grazie agli agenti AI. Sul fronte semiconduttori, STMicroelectronics prevede 5.000 tagli distribuiti nei prossimi tre anni.
Le big tech americane, invece, continuano a sfoltire: Amazon con almeno 4.055 posizioni eliminate e Meta, che nel 2025 ha alleggerito gli organici di 3.720 unità, puntando sulla qualità del capitale umano e sul recupero di efficienza.

Un fenomeno globale con epicentri precisi
Delle oltre 181mila persone licenziate nel 2025, ben 120mila provengono da aziende statunitensi. È negli Stati Uniti, infatti, che si concentra la più radicale trasformazione dell’industria tecnologica, anche per effetto della revisione delle catene di fornitura e delle tensioni politiche tra Washington e Pechino. India, Irlanda e Giappone rappresentano altri poli caldi: circa 40 mila licenziamenti arrivano da queste aree, con Tcs, Panasonic e Accenture in prima linea nella riorganizzazione del lavoro globale.
L’ombra lunga dell’AI sull’occupazione
Un dato, più di tutti, illumina la natura strutturale del fenomeno: secondo le stime raccolte da RationalFX, 50.184 licenziamenti sono direttamente collegati all’espansione dell’AI e dell’automazione. In altre parole, circa un lavoratore licenziato su quattro sta pagando il prezzo della transizione tecnologica.
Le aziende stanno accelerando l’adozione di agenti intelligenti che sostituiscono o rimpiazzano intere categorie di ruoli, soprattutto nell’assistenza clienti, nei processi ripetitivi, nel testing software e nella gestione dei workflow aziendali. Le riorganizzazioni non si limitano a tagliare: ridefiniscono competenze, ridisegnano team, spostano gli investimenti verso aree considerate ad alta redditività.
Occupazione tra geopolitica, macroeconomia e rivoluzione tecnologica
A fotografare la complessità del momento arriva il commento di Alan Cohen, analista di RationalFX: “I licenziamenti del 2025 sono il prodotto di una combinazione tossica di tensioni geopolitiche, rallentamento economico globale e trasformazione tecnologica accelerata.
Le aziende si trovano strette tra dazi imposti dagli Stati Uniti, relazioni difficili con la Cina, costi operativi crescenti e domanda in indebolimento. L’automazione, lungi dal creare nuovi posti come previsto all’inizio dell’anno, ha invece spinto le imprese a ristrutturare più rapidamente, rendendo il lavoro tech più snello ma non necessariamente più economico o efficiente”.
Dentro la prossima fase del lavoro digitale
Il 2025 segna dunque un punto di svolta. Dopo due anni di investimenti record nell’AI e nella trasformazione digitale, il settore sta iniziando a misurarsi con i suoi effetti più concreti: non più solo crescita e innovazione, ma anche un riequilibrio profondo dei modelli organizzativi.
La domanda che ora domina boardroom e analisi macroeconomiche è la stessa: la fase di consolidamento è appena iniziata o sta già raggiungendo il suo apice? I numeri, per ora, dicono che la rivoluzione del lavoro tecnologico è in pieno svolgimento, e che il 2025 passerà alla storia come il primo anno in cui l’Intelligenza Artificiale ha davvero cominciato a ridisegnare la forza lavoro globale.
















