di Virna Bottarelli | Paolo Pavan presiede la Società Italiana di Elettronica da un anno. Docente del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” di Unimore e Delegato del Rettore per la Ricerca scientifica, si è laureato nel 1990.
A proposito di quegli anni, dice: “Erano ancora gli anni dei floppy disk, ma si percepiva che il mondo sarebbe cambiato di lì a poco e che l’elettronica sarebbe stato il fattore abilitante di una vera e propria rivoluzione tecnologica”.
Già dalla fine degli anni Quaranta la tecnologia elettronica ha iniziato a trasformare la società e in meno di un secolo l’individuo ha vissuto un cambiamento che non ha eguali, in quanto a velocità, nella storia dell’umanità.
Dice ancora Paolo Pavan: “A impressionare, in questo cambiamento, è l’accelerazione: ancora oggi la tecnologia progredisce e lo fa a ritmi sempre più sostenuti”.
Ad abilitare il cambiamento è stata proprio l’elettronica, che è diventata via via più potente, piccola e di facile utilizzo per gli utenti finali: “La stessa Legge di Moore, secondo la quale ogni due anni in un chip si sarebbe dovuto raddoppiare il numero dei transistor per migliorare potenza e velocità di calcolo, è stata messa in discussione. Perché alcuni dei limiti fisici preventivati sono stati superati e perché le macchine che realizzano i circuiti integrati si evolvono a una velocità impressionante”.
Ma se la rapidità del cambiamento è evidente a tutti, meno visibile è il lavoro che si svolge nelle retrovie affinché ai consumatori arrivino prodotti sempre più performanti e semplici da usare. È il lavoro svolto da chi, come dice Pavan, “l’elettronica la conosce bene”: gli ingegneri elettronici.
Due anni fa abbiamo pubblicato un’intervista al professor Ernesto Limiti, che l’ha preceduta alla presidenza di Sie. Su che cosa si è concentrata, in questi due anni, l’attività della vostra associazione?
Stiamo portando avanti il progetto avviato con la presidenza di Ernesto Limiti: lavoriamo per avere maggiore visibilità sui media, perché parlando sempre più di elettronica vorremmo risvegliare l’interesse dei giovani e delle famiglie nei confronti di questa disciplina.
Cerchiamo anche un dialogo costante con le aziende, che a loro volta devono veicolare al meglio la loro domanda di ingegneri elettronici, indipendentemente dal settore in cui operano.
Se penso, ad esempio, alla Regione in cui lavoro, l’Emilia-Romagna, è importante che le imprese operanti nei diversi settori – packaging, agrifood, ceramica – comunichino l’importanza dell’elettronica nelle loro produzioni e specifichino che anche gli ingegneri elettronici sono figure essenziali nei loro processi.
Un esempio è quello del distretto della ceramica, che comunemente si pensa sia un settore di sbocco essenzialmente per gli ingegneri dei materiali, ma che in realtà offre molte opportunità anche agli ingegneri elettronici: sono loro, infatti, che gestiscono quei sofisticati macchinari usati per dare alle lastre di ceramica o gres porcellanato sfumature ed effetti particolari.
I dati che avete rilasciato recentemente segnalano una crescita del 17% delle immatricolazioni nei corsi di laurea in ingegneria elettronica: sta tornando nei giovani la passione per questa disciplina?
Fino a qualche decennio fa la scelta per chi volesse studiare ingegneria elettronica era limitata all’omonimo corso, che includeva una serie di indirizzi, dall’automazione alla bioingegneria.
Più recentemente, i vari indirizzi sono stati distinti l’uno dall’altro, così abbiamo l’ingegnere informatico, il bioingegnere, l’ingegnere dell’automazione ecc.
La “classica” ingegneria elettronica ha così perso un po’ di appeal: i giovani negli ultimi anni hanno scelto indirizzi più specifici, per i quali è più facile immaginare un’applicazione concreta, mentre l’ingegneria elettronica è rimasta, nell’immaginario collettivo, una disciplina generalista. Grazie anche al lavoro della Sie, tuttavia, le immatricolazioni stanno crescendo e confidiamo nel proseguimento di questa tendenza positiva.
In quest’ottica, quali sono gli ambiti di applicazione dell’elettronica che potrebbero essere più attrattivi oggi per i giovani?
Partirei da due concetti di cui si sta parlando molto da qualche anno a questa parte: transizione digitale e transizione verde.
Entrambi questi ambiti richiedono una buona parte di sviluppo software, ma anche piattaforme elettroniche, chip. Penso anche alla mobilità elettrica, per la quale l’elettronica è fondamentale, o alla medicina, che vede impiegati macchinari e dispositivi medicali sempre più sofisticati, precisi e intelligenti.
Ci sono poi l’ambito del quantum computing, che richiede un’elettronica in grado di funzionare a temperature bassissime, il settore spaziale, con il proliferare dei satelliti a bassa orbita e di un’elettronica che si presta molto alla personalizzazione e, più in generale, quello dell’elettronica di potenza, che è sicuramente un altro ambito strategico non solo in relazione al tema del risparmio energetico, ma anche alla capacità dell’Europa di essere competitiva rispetto a Giappone e Usa in termini di export.
Nel suo percorso accademico ha fatto diverse esperienze all’estero: ci sono modi diversi di fare ingegneria elettronica? C’è uno stile italiano anche in questo campo?
Per cominciare, è curioso che nella nostra lingua il termine “ingegneria” derivi da ingegno, mentre in inglese “engineering” derivi da “engine”, ossia motore.
Non è un caso, quindi, che da noi il mestiere dell’ingegnere abbia anche una connotazione creativa, ingegnosa, appunto, mentre all’estero prevale l’aspetto concreto e materiale della professione e si considera l’ingegnere essenzialmente un super tecnico.
Del resto, l’elettronica si presta alla creatività, perché ogni soluzione può essere customizzata e disegnata su misura per un’applicazione specifica: in questo gli ingegneri italiani hanno sicuramente una marcia in più. Potremmo parlare di un “Italian way” anche nel fare elettronica, soprattutto se pensiamo alle nostre piccole e medie aziende e alla loro capacità di primeggiare in specifiche nicchie di mercato.
Può darci qualche numero sui laureati in ingegneria elettronica di Unimore e sul loro inserimento nel mondo del lavoro?
Mediamente abbiamo una quarantina di laureati all’anno. Gli ingegneri elettronici sono figure molto ricercate sul nostro territorio: spesso sono reclutati dalle aziende ancora prima di completare gli studi e hanno anche un miglior potere contrattuale rispetto ai laureati in altre discipline.
Credo che negli ultimi anni nessun laureato in ingegneria elettronica della nostra Università abbia avuto bisogno di inviare un CV.
Il feedback che abbiamo dal mercato del lavoro del territorio è quindi positivo e conferma la bontà della scelta compiuta dal nostro Ateneo di proporre due curriculum di studio per la laurea magistrale, uno legato alle applicazioni industriali e uno legato all’IoT.
Gli studenti ricevono così una solida formazione di base sulle tecnologie e i sistemi abilitanti e nell’ultimo periodo di studi frequentano corsi molto avanzati, collegati alle aree di ricerca seguite nell’Ateneo, in modo da poter poi portare alle aziende in cui lavoreranno un valore aggiunto per quanto riguarda l’innovazione e lo sviluppo di nuove soluzioni.
Non a caso abbiamo molte relazioni con aziende che offrono agli studenti la possibilità di fare un dottorato di ricerca presso di loro; si tratta di progetti triennali, che coinvolgono Università e azienda, con vantaggi reciproci per entrambi i soggetti.
A proposito di aziende, che cosa può dirci della collaborazione tra mondo accademico e mondo delle imprese?
Il nostro panorama di contatti con il mondo delle imprese è ampio. Lavoriamo con diverse realtà importanti nel settore dell’elettronica.
Abbiamo una partnership con Infineon, che ha stanziato due milioni di euro per avere presso la nostra Università un docente di elettronica che si occupasse di tematiche di proprio interesse e avviare una collaborazione che ha incluso anche visite presso le sedi dell’azienda e diversi progetti di ricerca.
Lavoriamo con STMicroelectronics su progetti che interessano le memorie, con la sede di Agrate, e la componentistica di potenza, con lo stabilimento di Catania.
Abbiamo poi attivato recentemente un dottorato di ricerca con una società di Modena, Eggtronic, fondata da un nostro ex studente di ingegneria meccatronica, che progetta circuiti integrati per applicazioni come ricariche wireless per smartphone. Inoltre, partecipiamo anche a progetti europei con gruppi di aziende nazionali e internazionali.
Per concludere, su quali ambiti tecnologici si sta concentrando l’attività di ricerca scientifica del suo ateneo?
Il nostro ateneo è multidisciplinare, gli ambiti di ricerca sono diversi e in ciascuno abbiamo una sorta di contaminazione tra l’elettronica e le altre discipline, come la fisica o l’informatica.
I più interessanti per il mondo industriale riguardano indubbiamente l’Intelligenza Artificiale e il calcolo ad alte prestazioni. Abbiamo contatti con Nvidia, che ci ha fornito una loro unità di calcolo sulla quale lavorare e fare ricerca, e siamo soci fondatori del Centro di supercalcolo di Bologna. Particolarmente interessante e proiettata nel futuro è poi l’attività di ricerca in ambito neuromorfico, che coinvolge il corso di bioingegneria: l’obiettivo è, in questo caso, realizzare circuiti integrati che imitino il funzionamento del cervello umano.
Segnalo infine un progetto importante di cui siamo partner: la linea pilota per la microelettronica di potenza che sarà avviata a Catania. L’obiettivo è produrre semiconduttori Ultra Wide Band Gap, ossia in materiali particolarmente performanti per applicazioni ad alta potenza, come il SiC e il GaN. La linea rientra nel programma europeo Chips Joint Undertaking, uno dei programmi previsti dal Chips Act europeo per potenziare la produzione di semiconduttori in Europa.
Chi è Paolo Pavan
Docente del Dipartimento di Ingegneria “Enzo Ferrari” di Unimore, è delegato del Rettore per la Ricerca scientifica. Laureato nel 1990 presso l’Università di Padova, ha ottenuto il titolo di dottore di ricerca nel 1994. Nello stesso anno diventa ricercatore, nel 1998 professore associato e nel 2004 professore ordinario. Oltre a essere presidente del Consorzio Interuniversitario per la Nanoelettronica dal 2005 al 2011, ha ricoperto diversi ruoli a livello nazionale (presidente Commissione ASN) e internazionale (membro dello Steering Committee di conferenze internazionali). Si occupa di dispositivi a semiconduttore e di sistemi elettronici per applicazioni industriali. È autore di più di 200 lavori scientifici, libri e capitoli di libri, titolare di brevetti ed è stato socio fondatore di due spin-off con studenti dell’Università di Modena e Reggio Emilia.
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