A caccia di materie prime

Molto faticosamente i vaccini ci stanno portando fuori dalla pandemia, ma tra le conseguenze impreviste di questa ripresa c’è la carenza di materie prime che sta colpendo svariati settori. Il settore automobilistico e quello della tecnologia lottano per accaparrarsi le scorte di chip, mentre crescono i prezzi e la preoccupazione per l’inflazione

mercati materie prime

di Daniela Garbillo

Rame, ferro, acciaio, mais, caffè, frumento, soia, legname, plastica e cartone per imballaggi, ma soprattutto semiconduttori: l’elenco delle materie prime che negli ultimi mesi sono diventate introvabili è lunghissimo e variegato. E le conseguenze di questa carenza, che ne ha fatto lievitare i prezzi, si sentono in tantissimi settori, dal mondo dell’edilizia al siderurgico, dall’automobilistico all’elettronica, dalle telecomunicazioni all’high tech. Qualche esempio: il prezzo del rame è aumentato del 47%, quello del grano del 12%, della soia del 15%, del legno del 20%, nichel e zinco hanno visto un’impennata del 51%, l’alluminio del 26%. Il petrolio, intanto, dopo il crollo del 2020, è tornato intorno ai 70 dollari al barile.

Le conseguenze impreviste dei lockdown

Ma quali sono le cause di questa crisi delle materie prime? Innanzitutto, i lockdown del 2020. Nel momento in cui sono stati presi provvedimenti drastici, che hanno limitato la possibilità di movimento, molte persone ne hanno sofferto, ma una fetta di popolazione si è ritrovata chiusa in casa, con dei risparmi da spendere in beni e servizi diversi dai ristoranti, dai trasporti e dall’abbigliamento. Buona parte di quei soldi sono stati infatti destinati ai pro- dotti high tech ed elettrodomestici, comparti che utilizzano metalli e semiconduttori. Contemporaneamente, le politiche dei governi che puntano al passaggio ad economie più sostenibili hanno portato, in alcuni casi, alla chiusura di impianti inquinanti, soprattutto in Cina, paese che da solo assorbe circa la metà di acciaio, rame e alluminio prodotti nel mondo. Tutto ciò si è tradotto in una offerta di metalli che non ha potuto tenere il passo della domanda, vista la riduzione della capacità produttiva/ estrattiva. La carenza di rame – un deficit di 4,5 milioni di tonnellate a fronte di un surplus in condizioni “normali” di 200mila tonnellate – ha avuto ripercussioni anche sul settore della mobilità elettrica, visto che un’auto di ultima generazione necessita di 80 chilogrammi di questa materia prima.

Per non parlare dell’elettronica, che rappresenta ormai il 40% di un veicolo moderno. Secondo l’International Energy Agency, infatti, la domanda di minerali per veicoli elettrici e batterie crescerà almeno di 30 volte entro il 2040. Intanto la crisi dei semiconduttori ha già portato a degli stop o comunque a tagli della produzione di grandi case automobilistiche come Volkswagen, Ford, General Motors e Toyota.

Solo negli Stati Uniti si stima che la carenza di semiconduttori potrebbe provocare 1,28 milioni di veicoli consegnati in meno quest’anno. All’orizzonte non si intravedono soluzioni, tanto che la filiera dell’auto dà per scontate le difficoltà nel reperire i semiconduttori almeno fino al 2022, ma secondo gli amministratori delegati di Intel e STMicroelectronics la carenza non è destinata a risolversi prima del 2023.

Microchip introvabili e preziosi

Come dicevamo, i semiconduttori oggi sono impiegati in una miriade di dispositivi tecnologici di largo consumo, a partire dagli smartphone, pc, tablet e laptop, ma anche negli elettrodomestici e nell’industria della difesa, oltre, appunto, alle automobili. I lunghi periodi di lockdown, con lo smart working e la didattica a distanza conseguenti, hanno fatto impennare la richiesta di componentistica hardware per computer di fascia alta (schede video, processori) e tecnologie di comunicazione da remoto sempre più performanti. Di qui la richiesta, da parte di Stati e imprese più “previdenti”, di quantitativi di semiconduttori molto superiori al normale fabbisogno, acquistati con l’intenzione di farne scorta, e quindi l’impennata del loro prezzo, con quotazioni che hanno toccato fino a 10/15 volte il valore di mercato in tempi normali. Anche perché i produttori di semiconduttori – quasi esclusivamente cinesi e coreani – non riescono ad aumentare improvvisamente e quantitativamente la produzione e i tempi di consegna possono arrivare anche a 26 settimane (tempi incompatibili con l’oscillazione delle richieste propria del settore automobilistico). L’intera filiera, insomma, si trova in affanno, compressa tre le richieste delle case automobilistiche e quella della tentacolare industria dell’elettronica di consumo.

Lo spettro dell’inflazione

La pandemia di Covid-19, oltre ad aver messo in crisi i sistemi sanitari di tutto il mondo e ad aver ucciso oltre 4 milioni e 400 mila persone, ha colto i Paesi impreparati su tutti i fronti, causando fenomeni di mercato alterati e imprevedibili. Le conseguenze avranno un impatto non solo sui tempi di consegna di prodotti e sul loro prezzo, ma anche sui posti di lavoro. In questo contesto cresce la preoccupazione che un’economia globale sovraccarica possa alimentare l’inflazione: c’è bisogno di strategie, investimenti ed economie di scala, ma per vederne i risultati ci sarà da aspettare ancora a lungo.


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