Chi investe nelle start-up hi-tech italiane?

Nel 2020 le start-up Hi-Tech italiane hanno raccolto 683 milioni di euro, circa 11 milioni in meno rispetto all’anno precedente. Poteva andare peggio, considerata la peculiarità del periodo, invece l’andamento positivo di alcuni comparti ha aiutato il sistema a reggere l’urto della crisi. I dati del Politecnico di Milano

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di Giorgia Andrei |

Siamo nella seconda metà del 2021 ma è utile dare uno sguardo a quello che ha rappresentato l’anno della pandemia per il settore delle start-up, che spesso è chiamato in causa come specchio della modernizzazione del nostro Paese. Riprendiamo, allora, i dati dell’Osservatorio Start-up Hi-tech della School of Management del Politecnico di Milano, realizzato in collaborazione con InnovUp – Italian Innovation & Start-up Ecosystem, e vediamo chi scommette, e quanto, sull’innovazione tecnologica.

Gli attori formali hanno sorretto l’ecosistema delle start-up

Nel 2020 le start-up Hi-Tech italiane hanno raccolto 683 milioni di euro, circa 11 milioni in meno di quanto raccolto nel 2019. Come commenta Antonio Ghezzi, direttore dell’Osservatorio Start-up Hi-Tech: “Se la speranza per il 2020 era quella di raggiungere o addirittura superare finalmente la soglia di 1 miliardo di euro di investimenti equity in start- up hi-tech italiane, lo shock e la relativa crisi legata al Covid-19 hanno costretto l’ecosistema a fare i conti con una realtà ben diversa. L’ecosistema italiano in questo ha dimostrato di aver resistito innanzitutto grazie al supporto degli attori istituzionali che, beneficiando della loro strutturazione e della capacità di pianificazione di lungo periodo, hanno garantito l’erogazione di capitali alle start-up nonostante le condizioni congiunturali negative, e, in secondo luogo, grazie ad alcune operazioni straordinarie (rispetto alla media dei round di finanziamento che caratterizzano il nostro ecosistema) che iniziano a verificarsi con una certa frequenza, a testimonianza dell’oggettivo valore riconosciuto a livello internazionale di alcune nostre realtà innovative d’eccellenza”.

Gli investimenti da parte di attori formali, quindi, hanno fatto da padrone, registrando una importante crescita di circa il 34%, passando dai 215 milioni del 2019 ai 288 milioni del 2020. A loro, in qualità di attori istituzionali fondamentali per il Paese, si deve quasi interamente la tenuta dell’ecosistema italiano in un anno così difficile, grazie all’immissione di quasi 73 milioni di euro in più dell’anno precedente. Il taglio medio degli investimenti dei Venture Capital si è abbassato, vedendo il 44% delle operazioni di valore superiore al milione di euro (rispetto al 66% del 2019), mentre sono state 12 le grandi operazioni superiori ai 10 milioni di euro.

Va evidenziato che il 2020 ha visto lo sblocco del Fondo Nazionale Innovazione e del suo veicolo di investimento Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital, che ha contribuito all’ecosistema non solo in modo diretto, tramite investimenti in start-up hi-tech ed erogazione di capitale per i fondi italiani (per un totale di oltre 100 milioni di euro nei primi 9 mesi del 2020), ma anche in modo indiretto, generando un clima positivo grazie al suo potenziale ruolo di segnale e supporto al rilancio. Possiamo essere, allora, soddisfatti? Non del tutto. Come dice Andrea Rangone, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Start-up Hi-Tech: “Rispetto al benchmark internazionale, che compara gli investimenti da parte di fondi Venture Capital in Italia con gli investimenti domestici da parte degli stessi soggetti in altri ecosistemi europei più maturi ed economie comparabili quali Francia, Germania e Spagna, la performance positiva dell’Italia nel 2019 consente di mantenere il gap sostanzialmente stabile, confermando la dimensione relativa dell’ecosistema italiano come pari a circa 1/10 rispetto al quello francese (in leggera perdita rispetto al 2018), circa 1/9 rispetto a quello tedesco e 2/5 rispetto alla Spagna (in lieve recupero). Rimane comunque una distanza significativa”.

Calati i finanziamenti dagli attori informali

I finanziamenti da attori informali per la prima volta dal 2012 non crescono, passando dai 248 milioni di euro del 2019 ai 247 milioni del 2020. Facile individuarne i motivi: si è assistito a una naturale destrutturazione di alcune categorie di attori privati, individuali e Corporate, e la percezione del rischio è stata più elevata in un anno così destabilizzante. Non sono mancate, tuttavia, tendenze interessanti: il segmento dell’Equity Crowdfunding continua la sua crescita, passando dai 65 milioni di consuntivo 2019 agli 80 milioni di euro, a testimonianza di come il fenomeno sia sempre più affermato in Italia e di come questi attori e piattaforme rappresentino un punto di riferimento credibile per aggregare sia piccoli investitori privati sia investitori professionali. È aumentato inoltre il peso relativo dei fenomeni di Club Deal, Angel Network e Angel Group (che aggregano finanziamenti da parte di una molteplicità di attori), peraltro in diverse circostanze in co-investimento con attori formali nazionali e internazionali. Questa componente ha anche potuto beneficiare del Decreto Rilancio, che ha innalzato dal 30% al 50% le detrazioni fiscali per investimenti in start-up innovative. Infine, sono aumentati anche gli investimenti corporate destrutturati, ossia quelli non afferenti a fondi Corporate Venture Capital formali.

“Nonostante le gravi conseguenze economiche scatenate dalla pandemia Covid-19 l’ecosistema italiano ha saputo confermarsi sugli stessi livelli fatti registrare dal 2018 (anno del sostanziale ‘raddoppio’ del volume degli investimenti) in avanti e non è arretrato di qualche ordine di grandezza, dimostrando basi solide anche di fronte a un’emergenza globale”, commenta Angelo Coletta, Presidente di InnovUp. “Nei mesi più difficili, condizionati dalle misure di lockdown, le start-up italiane non si sono arrese di fronte alla maggior difficoltà nel reperire fondi, sono state, anzi, le prime a mettersi a disposizione della collettività con diverse soluzioni in risposta alle nuove esigenze nel campo delle tecnologie a fine sanitario, della gestione dello smart working/home-schooling e del supporto alle fasce di popolazione più in difficoltà. Tale flessibilità ha convinto gli investitori nel concludere i follow-on già pianificati e nel consolidare i propri portafogli di investimenti”.

Pochi i milioni arrivati dall’estero

La componente dei finanziamenti internazionali determina invece in maniera significativa il calo complessivo degli investimenti nel 2020, passando da oltre 231 milioni di euro del 2019 ai poco più di 148 milioni di euro di quest’anno, e bruciando quindi circa 83 milioni di euro. Questo calo del 36%, registrato da una componente che nel 2019 pesava per il 33% degli investimenti totali, di fatto abbatte la interessante crescita che la somma delle componenti formale e informale nazionale fa registrare (535 milioni di euro nel 2020 contro i 463 milioni di euro del 2019). In questa componente è mancato soprattutto l’apporto sistematico delle grandi operazioni da parte di Corporate internazionali, che negli scorsi anni avevano rivolto con maggior continuità le loro attenzioni alle start-up con sede nel nostro Paese riversandovi importanti capitali, ma che nel 2020, a parte alcune eccezioni, denota- no un atteggiamento più conservativo. “I trasferimenti di capitali a livello globale si sono sostanzialmente dimezzati nel 2020 a causa della pandemia, ed essendo stata l’Italia tra i Paesi colpiti più duramente – e in maniera mediaticamente più visibile – nei primi mesi dell’anno, l’aumentata percezione di rischio ha determinato un rallentamento nell’afflusso di capitali esteri. É invece possibile che gli investitori formali domestici abbiano subito meno l’effetto di amplificazione che la pandemia ha avuto, avendo peraltro maggiormente chiare le potenzialità del nostro Paese”, conclude Antonio Ghezzi. “Anche a livello di capitali attratti dall’ecosistema start-up hi-tech da parte di player esteri, sembra aver prevalso una logica di prossimità, con una rilevante crescita di attrazione a livello europeo e una presenza inferiore delle grandi potenze asiatiche. L’Europa consolida la prima posizione (57% del totale dei capitali), seguita da Usa (28%), Cina (11%) ed Hong Kong (4%)”.


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