Coronavirus: quando un Paese è in cerca di una guida

La presenza di una guida forte e sicura, capace di prendere le decisioni giuste al momento giusto, diventa quanto mai necessaria in un frangente così drammatico come l’attuale.

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Leadership guida

di Rossano Salini* |

Come una tempesta inattesa e deflagrante, la tremenda ondata mondiale del Coronavirus si è abbattuta sul nostro Paese con una tale potenza di fuoco da cambiare la nostra vita quotidiana e da incidere in maniera pesante sul nostro tessuto economico.

Le imprese italiane si trovano pertanto ad affrontare una grave crisi, anche e soprattutto finanziaria, che le riporta indietro al periodo nero del 2008, se non peggio. In una situazione in cui cittadini e imprese vengono travolti da un evento improvviso e dalla forza così dirompente, diventa assolutamente necessario che siano messi in campo e attuati con intelligenza, tempestività e coraggio tutti gli strumenti utili a rendere meno devastanti gli effetti della crisi. Strumenti che, per ovvi motivi, sono in mano agli Stati, e agli organi sovranazionali. La presenza di una guida forte e sicura, capace di prendere le giuste decisioni, diventa quanto mai necessaria in un frangente così drammatico.

Chi ne paga le spese?

Dispiace pertanto constatare che di una tale guida, nelle settimane concitate della diffusione del Coronavirus, non s’è vista traccia.

Né in Italia, né in Europa. I soggetti che avrebbero dovuto intervenire per dare sicurezza e sostegno si sono dimostrati non all’altezza della situazione, e non in grado di attuare fin da subito le azioni necessarie, in particolare per sostenere il tessuto economico e imprenditoriale.

Non si è vista nessuna delle tre virtù sopra indicate come indispensabili: intelligenza, tempestività e coraggio. Non si è infatti fin da subito capita la gravità della situazione; si è intervenuti lentamente, facendosi precedere dagli eventi anziché anticiparli, nonostante vi fosse la possibilità di far tesoro di quanto già successo in Cina; non si è infine avuto il coraggio di prendere a tempo debito decisioni tanto dure quanto necessarie, per il timore di non essere capiti. Si è cioè preferito lasciare che la situazione peggiorasse, di modo tale che nessuno potesse poi contestare l’opportunità delle decisioni medesime.

Tutti errori che si commettono quando si ha il problema di non erodere il consenso, anziché di fare quanto è nell’interesse supremo dei cittadini. Ed errori, bisogna aggiungere, che sono stati commessi da tutte le guide politiche degli stati europei, nessuna esclusa, e non esclusi soprattutto gli organi istituzionali europei, in particolare Commissione e Banca Centrale Europea.

A pagare le spese di tutta questa situazione di incertezza, dopo gli ospedali e tutto il settore sanitario costretto in questo periodo a uno stress immenso, sono soprattutto le imprese, a partire dalle piccole e piccolissime. Quei soggetti economici, cioè, che non hanno alcuna copertura alle spalle, che si trovano tutti i giorni a faticare per far tornare i conti, tra mutui, spese correnti e tasse da pagare, e che in una situazione di blocco quasi totale della vita economica e lavorativa rischiano nel giro di pochissime settimane di arrivare a una situazione di stallo finanziario.

L’assenza di liquidità

Al di là delle colpevolezze per aver permesso che il virus dilagasse a dismisura, le prime decisioni poi prese dal governo italiano per sostenere il tessuto economico del paese sono andate in parte nella direzione giusta, soprattutto dal punto di vista fiscale.

Ma manca un tassello importante, cui il Governo italiano dovrebbe porre mano, naturalmente in accordo con le istituzioni europee, e cioè il problema della liquidità. L’elemento per cui soffrono più le imprese, soprattutto le piccole, in un momento di stasi lavorativa è l’assenza di liquidità e l’impossibilità di approvvigionarsene tramite gli istituti di credito, viste le restrizioni per gli accordi di Basilea. Sarebbe quanto mai necessario un intervento che porti a una deroga temporanea di tali vincoli, per permettere alle imprese non solo di rinviare pagamenti e scadenze fiscali, ma anche di disporre di denaro a condizioni favorevoli, quale àncora di salvataggio per superare questa fase così delicata.

L’atteggiamento europeo

In accordo con le istituzioni europee, si è detto. E qui va spesa qualche parola certamente, per stigmatizzare un atteggiamento europeo che veramente ha lasciato molto a desiderare in queste settimane. Proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stato bisogno, e in cui l’Europa avrebbe dovuto mostrare con chiarezza la propria importanza in termini di solidarietà tra Stati.

La Commissione, invece, ha latitato per intere settimane, facendo sentire la propria debole voce, più che altro dal punto di vista comunicativo, solo quando la situazione italiana è diventata drammatica e insostenibile. Non basta infatti permettere semplicemente di allargare le maglie del Patto di Stabilità; ci mancherebbe altro, verrebbe da dire. Il punto è che la Commissione avrebbe dovuto fin da subito far sentire forte e vigorosa la propria vicinanza, con azioni concrete e tempestive.

Per non parlare poi della Banca Centrale Europea, con la ben nota imprudenza della presidente Christine Lagarde, capace con una sola dichiarazione inopportuna di fare vivere ai mercati azionari internazionali, e in particolare a quello italiano, una giornata di puro terrore. Un episodio che dovrebbe far riflettere sul ruolo della Bce.

C’è chi in passato ha avuto da ridire sull’atteggiamento del presidente Mario Draghi, sostenendo che con il Quantitative Easing avesse forzato il ruolo dell’organo da lui a suo tempo presieduto; ma quel che è certo è che ottenne l’inequivocabile obiettivo di dare fiato all’economia.

E si potrà anche dire che Lagarde non ha in fondo fatto altro se non ricordare che il ruolo della Bce non è quello di ridurre lo spread, pur sbagliando nei tempi e nei modi. Ma se forzando un organo (Draghi) gli si permette di fare del bene, e se facendolo invece meramente funzionare secondo i propri scopi (Lagarde) si crea un disastro, significa che sul ruolo di tale organo bisogna interrogarsi, e apportare qualche seria modifica. Ma il vero problema è che è necessario avere ai posti di comando persone non attaccate ai formalismi, ma all’esito finale delle azioni messe in campo.

Una crisi di leadership

Si torna pertanto al punto di partenza: l’esigenza di una guida solida. Da lì dipende poi, a catena, tutto il resto. E la caratteristica essenziale di una guida, sia essa a capo di un organo politico o di un’istituzione economica, è la capacità di prendere decisioni. E anche di immaginarne di innovative e rischiose, laddove necessario.

Uomini di governi timidi e ciarlieri, o rigidi burocrati che ragionano solo in termini di procedure e normative sono il vero ostacolo per far sì che le nostre imprese possano avere un respiro in una fase così complicata come quella attuale. Problemi economici e problemi di leadership si intersecano così all’interno di un’unica crisi generale che attanaglia il nostro continente.

In attesa che nell’immediato vengano intraprese azioni sempre più incisive a sostegno del nostro tessuto produttivo, non dimentichiamoci dunque che il problema centrale di un’adeguata formazione e selezione della classe dirigente (che è un problema educativo e culturale) rimane il fondamento su cui si basa tutto. Diversamente, alla prossima crisi, che sia di tipo finanziario, sanitario, geopolitico o migratorio, ci troveremo al punto di partenza. Cioè sguarniti e deboli.


* Rossano Salini, laureato con lode in lettere classiche, dottore di ricerca in italianistica, è giornalista professionista. Ha pubblicato articoli e interviste su diverse testate nazionali.

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